02/08/2008
Definizione del termine hacker
Con questo mio intervento vorrei ulteriormente approfondire il significato del termine hacker. La parola hacker indica un soggetto che affronta sfide intellettuali con lo scopo di aggirare o superare in modo creativo i limiti che gli vengono imposti, non solo esclusivamente all’interno dei suoi ambiti d'interesse, che solitamente rientrano nel campo informatico o dell'ingegneria elettronica, ma in tutti gli aspetti della vita. Nel linguaggio comune il termine viene per tanto utilizzato erroneamente per designare un pirata informatico, la cui definizione corretta sarebbe invece cracker. Entrando in alcuni forum che trattano dell’argomento si nota come gli hacker amino definirsi come inventori, studiosi del mondo, creatori, una sorta di filosofi del mondo moderno. All’interno del mondo hacker vi è accordo a far risalire l'etimologia della parola al MIT (Massachusetts Institute of technology), dove il termine fece la sua comparsa nel gergo studentesco all'inizio degli anni '50. In questo periodo, il sostantivo hacker, veniva utilizzato come sinonimo della parola "goof", la cui traduzione in italiano può essere resa con i termini scemenza o goliardata. In seguito, verso la fine degli anni ‘50, il termine "hack" acquistò una connotazione più forte, poiché gli studenti iniziarono ad assumere un comportamento maggiormente ribelle allo scopo di opporsi alle rigide regole imposte all’interno del campus. Scherzi e burle varie divennero un modo per scaricare la tensione accumulata, per deridere l'amministrazione dell’istituto e per dare sfogo a quei pensieri e comportamenti creativi che venivano repressi dal rigoroso percorso di studio affrontato. Questa combinazione, tra divertimento creativo ed esplorazioni senza limiti determinerà le i futuri cambiamenti del termine hacking. I primi ad auto-qualificarsi come "computer hacker", all’interno del campus del MIT negli anni '60, erano un gruppo di studenti appassionati di modellismo ferroviario. In maniera sottile, il termine hacking si trasformò da sinonimo di gioco ozioso, a un gioco in grado di migliorare le prestazioni o l'efficienza complessiva del sistema ferroviario del club. In seguito, quando all’interno del campus fecero la loro comparsa i primi modelli di computer, gli studenti abbandonarono il mondo del modellismo per concentrare le loro capacità sul nuovo mondo dell’informatica. L’affermarsi del vasto reame della programmazione informatica determinò un'ulteriore mutamento etimologico della parola. In questo periodo si iniziò ad utilizzare il verbo"To hack" per indicare l’attività che aveva lo scopo di comporre assieme vari programmi, senza rispettare le procedure e i metodi utilizzati nella scrittura del software "ufficiale". Questo lavoro aveva come scopo principale perfezionamento dell'efficienza e la della velocità del software già esistente. Ed è proprio in riferimento a questa attività che si individua successivamente una diversa radice del verbo "to hack" che sta ad indicare il verbo "tagliare", "sfrondare", "sminuzzare", "ridurre", "aprirsi un varco", appunto fra le righe di codice che compongono i programmi software. Un hacker era quindi uno che era capace di ridurre la lunghezza e la complessità del codice sorgente con un "hack" ossia con una procedura grezza ma efficace, che potrebbe essere tradotta in italiano come "zappata" o "accettata" o altrimenti con "furbata". Rimanendo fedele alla sua radice, il termine indicava anche la creazione di programmi aventi come unico scopo quello di divertire o di intrattenere l'utente. Saranno i concetti di innovazione collettiva e di proprietà condivisa del software a distinguere l'attività di computer hacking degli anni '60 da quelle del decennio precedente. I computer hacker di questo periodo incominciarono a operare all'interno di una disciplina scientifica fondata sulla collaborazione e sull'aperto riconoscimento dell'innovazione. Nella seconda metà degli anni '70 il termine "hacker" aveva assunto la connotazione di élite. In generale computer hacker era chiunque scrivesse il codice software per il solo gusto di riuscirci. In senso specifico, indicava capacità e abilità nella programmazione, un po’ al pari del termine "artista". Con il restringimento della definizione, l'attività di computer hacking acquisì nuove connotazioni semantiche. Per potersi definire hacker una persona doveva riuscire a fare qualcosa di più che scrivere programmi interessanti, doveva condividere l'omonima cultura e onorarne le tradizioni. Gli hacker di istituzioni elitarie come il MIT, Stanford e Carnegie Mellon iniziarono a parlare specificatamente di "etica hacker" per indicare le norme non ancora scritte che governavano il comportamento quotidiano dell'hacker. Successivamente l'immagine di una comunità hacker analoga a una corporazione medievale è stata superata con l’avvento delle tendenze eccessivamente populiste dell'industria del software. Partendo dai primi anni '80 i computer si diffusero un po' ovunque, e i programmatori improvvisamente si trovarono a stretto contatto con hacker di grande livello per mezzo di Arpanet. Per mezzo di questa vicinanza, i comuni programmatori presero ad appropriarsi delle filosofie sovversive tipiche della cultura hacker di ambiti come quello del MIT. Tuttavia nel corso di una simile trasmigrazione di valori, andò perduto il tabù culturale prodotto all’interno MIT, contro ogni comportamento avverso e doloso. Mentre, i programmatori più giovani iniziarono a sperimentare le proprie capacità con finalità dannose, generando e disseminando, ad esempio, virus e facendo invasioni nei sistemi informatici militari, il termine "hacker" assunse connotati punk, nichilisti. Quando polizia e imprenditori iniziarono a far risalire quei reati a un gruppo di programmatori rinnegati che si rifacevano per propria difesa a frasi fatte tratte dall'etica hacker, quest'ultimo termine prese ad apparire all’interno dei mezzi d’informazione con connotazioni di taglio negativo. Questo nonostante testi inerenti al mondo hacker avevano cercato di documentare lo spirito originale di esplorazione da cui traeva origine la cultura dell'hacking. Per la maggioranza dei giornalisti "computer hacker" divenne sinonimo di "rapinatore elettronico". Negli ultimi vent’anni, le forti lamentele degli stessi hacker contro questi presunti abusi, si sono fatte insistenti, a tal punto da spingere la maggioranza degli hacker ad usare il termine cracker per indicare un soggetto che volontariamente decide di violare un sistema di sicurezza informatico allo scopo di rubare o di manomettere dei dati. Questo fondamentale tabù contro gli atti dolosi resta il principale collegamento culturale tra l'idea di hacking del primo scorcio del XXI secolo e quello degli anni '50. È importante notare come, mentre la definizione di computer hacking abbia subito un'evoluzione durante gli ultimi quarant’anni, il concetto originario di hacking in generale (come burlarsi di qualcuno) sia rimasto invece inalterato.
Fonte: Wikipedia
18:25 Scritto da: francy.borra in articoli | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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